
Qualche mese fa la BBC ha messo in onda un documentario in cui 3 giovani inglesi si trasferiscono in India per lavorare nelle manifatture di vestiti che di solito loro comprano o vendono...
Nei 10 minuti di video (il limite di youtube non ci permette di vederlo tutto) vediamo come dalle interviste prima del viaggio ignorino in modo volontario o meno la provenienza dei vestiti e di chi li ha prodotti.i km di distanza e l'ebbrezza della fast fashion si scontrano con un brusco ritorno alla realtà quando i protagonisti iniziano a lavorare in una delle fabbriche più grandi di Delhi che rifornisce Gap, French Connection, H&M, Marks and Spencer.Se non son bastati i turni di lavoro di 18 ore e dormire in fabbrica, li vediamo dopo qualche giorno nei campi di cotone e nelle zone di smaltimento a ciclo continuo. Infine arriviamo a Bombai...

Gli intricati percorsi dei vestiti di seconda mano tra gli Stati Uniti e Haiti sono per la prima volta raccontati in un documentario dal titolo SecondHand (Pepe), realizzato da due filmmakers incuriosite dalla tradizione di questa pratica di riciclo.
Non tutti sanno che nonostante ci siano stati vari embarghi imposti su Haiti da parte degli USA, il trasferimenti di vestiti usati nell'isola non si sono mai fermati.
L'isola è invasa da questo mercato del Pepe (così chiamano i vestiti di seconda mano - vedi foto), impedendo di fatto la continuità di una sartoria locale basata sulla moda tradizionale.
Nel video una donna afferma: tutti possono "adottare il look che vedono alla tv senza troppo sforzo" e questo perchè i sarti si specializzano ad adattare i vestiti importati per renderli su misura.
In un'intervista alle autrici (Bertozzi e Shell) su Tomorrow Museum leggiamo:
"Abbiamo iniziato ad interessarci ai vestiti di seconda mano nei tardi anni '90. Andavamo nei negozi informandoci sulla provenienza dei vestiti - pensando alle storie diverse che avevano, rispetto a chi li aveva comprati - e dove avevano viaggiato. Nel 2002, un articolo sul NY Time Magazine, affrontava proprio il mercato internazionale dei vestiti usati e così decidemmo di fare un video sull'argomento. Vivevamo a Boston e visitando i vari negozi incontrammo molti migranti coinvolti nella raccolta del second hand da spedire poi nei loro paesi d'origine. Ci colpì in modo particolare la storia di molti di loro provenienti da Haiti, incontrati durante i primi giorni di riprese e interviste, e quindi andammo al molo di East Boston da cui i vestiti prendevano il mare verso Saint Marc. Così decidemmo di seguire la storia dei vestiti che loro acquistavano - pepe - nel loro cammino oltre mare."
"La complessità del significato di pepe è la ragione che ci ha motivato a fare il film. Può significare molte cose e in differenti situazioni può assumere il senso di nome, metafora, aggettivo e identità."
Un altro aspetto interessante è quello legato al portato spirituale dei vestiti usati che preoccupa gli Haitiani:
"I vestiti vecchi possono trasportare lo spirito dei precedenti possessori e la gente ha molte idee per come pulirli, o purificarli con succo di limone, aceto, lavaggio a secco e altro"
Il video non è online. Si può vedere un clip che inglobiamo qui sotto e qualche giorno fa era ancora acquistabile su Etsy, ma è SOLD OUT. Speriamo sia presto visibile interamente online.

Genere, industria dell'abbigliamento e Movimento per i diritti delle donne lavoratrici analizzati in un report curato da Clean Clothes Campaign e scaricabile gratuitamente dal sito.
Il documento contiene contributi indispensabili per avere una panoramica di quello che si sta muovendo dal Messico alla Cina, dalla Francia al Pakistan, passando per l'esperienza di attiviste, coordinatrici, lavoratrici, artiste e sindacaliste che in 67 pagine raccolgono il lavoro iniziato a partire dall'incontro internazionale di CCC tenutosi a Barcellona nel 201 con 85 partecipanti da 35 paesi del mondo e dalla considerazione che: "For sure people were generally well aware that the majority of workers in the garment and sports shoe industries are women, but they did not always thoroughly understand the implications of such a fact."
SCARICA IL REPORT COMPLETO "MADE BY WOMEN

E' appena uscito il libro di Chris Carlsson, scrittore (storico fondatore di Processed World), istigatore, ciclista urbano, fondatore della Critical Mass di San Francisco e...
ora osservatore attento di una rivoluzione quotidiana di cui ci sentiamo di far parte.
Nowtopia apre una finestra sulle subculture che attraverso sperimentazioni tecnologiche e lavoro cooperativo, si sottraggono al ricatto del lavoro salariato prima che sia troppo tardi. Egli stesso così apre l'introduzione al volume: "Nowtopia è un libro che tratta una nuova politica del lavoro". In mille comportamenti e direzioni, un mare di persone si sta riappropriando del proprio tempo e delle proprie conoscenze, non solo migliorando la vita nell'immediato ma mettendo le basi per un movimento di liberazione della vita messa a profitto.
Senza aspettare un cambiamento istituzionale dall'alto, invece di coinvolgersi nelle tradizionali forme politiche come i partiti o i sindacati, sempre più spesso le persone si uniscono attraverso progetti pratici individuando i loro Commons contemporanei nelle biciclette abbandonate, lotti di terreno inutilizzati, elettrodomestici e computer fuori moda e utilizzano i "detriti" della nostra contemporaneità, per costruire ciò che diventerà la spina dorsale di una società autogestita (self-managed society).
I Nowtopians non sono un movimento che combatte per l'emancipazione dei lavoratori all'interno della divisione del lavoro capitalista, ma piuttosto rispondono all'iperlavoro, alla precarietà e alla vuotezza di senso del mercato con un'idea di vita oltre i soldi, verso un mondo dove il tempo è più importante dei soldi. In questo senso non possiamo parlare di ricomposizione di classe, ma piuttosto ci troviamo in una cornice di società senza classi le cui componenti principali sono il tempo e la tecnosfera.
Speriamo presto in una traduzione italiana per permettere una più rapida diffusione. Per approfondire potete visitare l'area dedicata al libro sul sito dell'autore.

"Fai la cosa giusta" è la fiera vetrina per mondo del mercato equo-eco-solidale che da un paio d'anni viene organizzato su iniziativa di Terre di Mezzo.
QUest'anno, grazie al successo degli anni precedenti, aumenta i metri quadri di esposizione, si trasferisce alla Fiera ma forse non migliora la qualità e la coerenza delle presenze.
La prima impressione è che il contesto Fiera con i suoi soffitti
altissimi, la luce artificiale quando fuori c'è il solo, la dispersione
sonora e lo scatolotto plasticoso dello stand non sono l'ambiente
ideale per mettere in mostra quella che dovrebbe essere l'alternativa
al consumo vero e proprio. Nota positiva invece le aree di attività
dedicate ai bambini.
Noi abbiamo fatto un giro per andare a scovare chi ha animato l'area di Critical Fashion, novità di quest'anno, che promuove il concetto di autoproduzione e riciclo in 10 stand espositivi gestiti in collaborazione con Isola della Moda, laboratorio e spazio espositivo con base nel quartiere Isola a Milano.

Questo dovrebbe essere, dicono gli organizzatori, un assaggio della sezione Moda Sostenibile che è in programma l'anno prossimo. QUi trovate le foto delle cose che ci hanno incuriosito e presto pubblicheremo anche un video con l'intervista al laboratorio LAVGON di Zinasco, vicino a Pavia.


Tessuti ritorti e coloratissimi di Tessuti Manomessi
Le scarpe di wood-fashion
Il riciclo
Le tshirt vegane di tippitappi

Durante l'ultimo incontro del Video Vortex organizzato dall'Institute for Network Cultures' ad Amsterdam presso il Club 11, una grossa comunita' di networkers si e' riunita per analizzare come
il video, e i contenuti in generale, vengono condivisi attraverso la rete oggi. Come in sostanza il contenuto video o audiovisivo in generale sia oggi fruito e condiviso attraverso la rete, come si stanno sviluppando le piattaforme come i Vlog e i podcast, cosa può essere la prossima televisione di domani in termini di aggregazione di contenuti e libera costruzione di un palinesto di contenuti indipendenti e non.
Partecipazione, sostenibilita' e nuove stategie di interazione fra artisti, produttori e pubblico, sono stati gli argomenti centrali della discussione. La pirateria e' stata spesso al margine della conferenza, facendo capolino e strizzando l'occhio a qualcuno. Ovviamente il mio era uno di questi, e quindi ho deciso di intervistare Geert Lovink, curatore dell'evento ed autore di Zero Comments edito in Italia da Mondadori, per dare piu' spazio alla produzione e alla organizzazione delle reti P2P.
Da anni Geert Lovink e' uno dei maggiori analisti dei territori in cui la rete Internet incontra l'economia, la politica, l'azione sociale, l'arte. Un'intensa attivita' di saggista e di organizzatore di incontri internazionali ne ha fatto uno dei promotori della pratica della cultura innovativa di Rete e della net.art, creando gia' nel 1995 la mailing list www.nettime.org ormai ampiamente riconosciuta come uno dei forum principali per la discussione e l'analisi della Rete e delle sue possibilita'.
Tra i fondatori dell'Adilkno Foundation [ Foundation for the Advancement of Illegal Knowledge ],
editore dal 1989 al 1994 della rivista Mediamatic, animatore e organizzatore del progetto Digital City di Amsterdam, Geert Lovink, fondatore proprio dell'Institute for Network Cultures, e' un personaggio difficilmente inquadrabile nei canoni
dell'intellettuale classico che passa agevolmente dall'ambiente accademico a quello controculturale, al limite, ma sicuramente non al margine, sia dell'uno che dell'altro ambiente.
Autore di testi seminali come Dark Fiber (2002), Uncanny Networks (2002), My First Recession (2003) e The Principle of Notworking (2005), negli ultimi tempi l'attività di Lovink si è concentrata sulle pratiche creative e di condivisione sulla Rete e tramite la Rete. Se quindi da un lato Lovink ha pubblicato testi e saggi relativi alle nuove attività creative, nate e sviluppatisi tramite Internet con costi contenuti e grande visibilità, dall'altro l'intellettuale olandese si è concentrato sul fenomeno del web 2.0, della condivisione di contenuti e della loro riorganizzazione sulla Rete, delle sempre più frequenti attività di
networking creativo e professionale. Proprio in occasione della tappa olandese del Video Vortex, abbiamo incontrato Geert Lovink e non ci siamo fatti sfuggire l'occasione di fare due chiacchiere con lui
Lei ha studiato il funzionamento dei network e come la gente collabora all'interno della rete. Come descriverebbe, a partire dalla sua analisi, le reti p2p, le loro comunita' e la produzione di senso che stanno costruendo?
Geert Lovink: Dobbiamo fare una distinzione fra l'ideologia ufficiale sul P2P, a cui anche io aderisco, e la dura realta'. C'e' senza dubbio una moltitudine di ragioni per cui la gente partecipa nelle reti P2P. Anche politicamente c'e' un interessante spettro di persone coinvolte in queste reti, che va dai poveri postmoderni, guidati da una mancanza di denaro ai technoanarchici fino ai neo capitalisti fanatici del mercato libero. In questo senso il P2P e' molto umano. E' come il sesso. Ci sono tanti modi di farlo e le motivazioni
o le intenzioni sono cosi' diverse, ogni volta anche per la stessa persona.
Non voglio dire che la situazione e' complessa. Non e' il mio ruolo spiegare e difendere la versione idealistica dello scambio, del movimento anti-copyright, della condivisione e cosi' via. La partica quotidiana ed imprevedibile degli scambi sulle reti P2P e' gia' una realta', al di la'
di ogni discorso. Io piu' che altro leggo le reti P2P come delle TAZ (temporary autonomous zones), come descritte da Hakim Bay, dal momento che sono legate
alla loro scomparsa (per riapparire altrove).
Non credo che sia utile sostenere che vengano legalizzate. Forse perche' vivo ad Amsterdam, dove
abbiamo condotto diversi esperimenti interessanti per valorizzare tutti quegli aspetti che avvengono in quella zona grigia che lambisce la legalita' e le pratiche illegali. Da questa prospettiva abbiamo constatato che una parziale tolleranza nei confronti delle attivita' illegali genera una particolare situazione: Elias Canetti ha descritto molto bene come la gente si aggrega e si disperde in questi tipi di contesti. Una completa legalizzazione uccide il fervore e neutralizza gli aspetti problematici fino al punto della loro scomparsa. Per questo la legalizzazione degli scambi di materiale protetto da copyright non e' il giusto percorso da
intraprendere. Quello che secondo me serve e' invece costruire una economia parallela, in cui artisti e produttori creativi possano essere ricompensati anche economicamente, senza intermediari, ad esempio attraverso micro pagamenti.
Nel suo panphlet "The Principle of Networking" (2005), lei sostiene che la propaganda non e' cosi' efficace nella rete come quanto non fosse nei vecchi media. Pensa che sia ancora valida questa affermazione alla luce di come si sta evolvendo il web 2.0? E crede che sia possibile che le reti P2P invece possano essere degli strumenti piu' orizzontali per stimolare la gente a costruire dei canali autonomi attraverso cui distribuire i
contenuti e quindi il senso?
Geert Lovink: Hai ragione, stiamo assistendo ad una massificazione senza precedenti delle piattaforme web che registrano fino a centomila utenti per singolo sito. Un normale sito di social networking raggiunge qualcosa come 1-5 mila utenti. Ad ogni modo questi utenti non sono sempre connessi allo stesso momento; in ogni momento ci sono 40.000 account su Second Life. Questi numeri potranno crescere e variare verso picchi diversi,in diversi momenti. Ma non sono raggruppati mai insieme.
Vedo che ci siamo lasciati alle spalle l'era della televisione, cosi' come era stata descritta da Marshan McLuhan. Con l'eccezione di alcuni momenti come i giochi olimpici, credo che l'effetto
della coda lunga e' destinato ad allungarsi ancora. Dobbiamo ancora abituarci a questo e comprendere come in questo scenario 'distribuito' il potere si riconfigura. Un potere di quel genere non scompare all'improvviso, ne' con esso la propaganda. Cio' che si riduce e' l'aspetto
spettacolare e celebratorio. La tendenza a indurre ideologie indirette ed invisibili continua ancora e diventera' sempre piu' difficile definire delle reali forme di indottrinamento subliminale.
Il P2P non puo' essere una seria contropartita a questa dinamica. Il fatto che tu collabori e cambi file, non ti rende un uomo migliore (Gutmensch) o un rivoluzionario. Per me non e' sufficiente l'idea di acquisire potere attraverso la rete. Per cosa poi? Non e' la stessa, ma
altrettanto astratta (anche se allettante), idea di cambiamento? In quale direzione pero'?
Durante la sessione del Video Vortex 2, Florian Schneider nella sua
presentazione ha introdotto la nozione di "imaginary property". Nel suo discorso infatti dice che il concetto di proprieta' si sposta nell'epoca digitale dal concetto di feticismo, in termini marxisti, a quello di rivelatore delle relazioni sociali. Possedere un'immagine o di un medium significa definire delle relazioni sociali (riferendosi quindi alle questioni dell'accesso alle informazioni e alle apparteneze, alle reti di significazione). Pensi che questo discorso possa anche essere applicato alle comunita' P2P? Come puo' il concetto di valore d'uso e valore di
scambio ridefinirsi in questo caso?
Geert Lovink: Non sono aggiornato sul dibattito relativo al valore delle reti P2P. Ci sono alcuni forum interessanti come iDC su cui persone come Michel Bauwens, Franz Nahrada e Adam Arvidsson pongono delle questioni illuminanti.
Cinque anni fa e' nato anche una lista tedesca, si trattava di una comunita' che discuteva di tutti questi aspetti, si chiamava Oeknonux. Il progetto Oeknonux si spinse ben oltre il dibattito corrente, ma poi si blocco' per il fatto che il fondatore e moderatore, Stefan Merten, non era stato in grado di lasciare andare un po' il progetto da solo. Fino a che non si e' chiuso su se stesso.
Io dal mio, posso giusto fare qualche meta osservazione. A partire da Baudrillard e altri intellettuali della generazione degli anni sessanta, abbiamo vissuto in una accelerazione
esponenziale, una continua centrifuga di concetti che erano stati sviluppati ai tempi di Smith, Ricardo e Marx. L'economia politica del ventesimo secolo non ha saputo costruire una convincente definizione parimenti critica, quindi siamo ancora immersi in un dibattito in cui si discutono distinte definizioni di valore, valore d'uso, valore di scambio, surplus, prezzo, benessere, e cosi' via.
Se invece parliamo dell'economia del free software, dell'open source e del P2P ha molto piu' senso, come suggerisce Arvidssons e altri, investigare 'l'accumulo emotivo' e la 'socialita'' che viene prodotta da un'economia basata sul 'valore etico' (condotta dai brand). Io individuo in questo processo, e credo che contribuisca fortemente alla costituzione di una societa' molto piu' equa e sostenibile. Potrebbe anche voler significare molta piu' follia mediatica, non meno. Potrei contribuire alla discussione, dal momento che non sono un economista, introducendo il concetto di free cooperation, proposto da Christoph Spehr. Credo che la socialita' della rete debba essere libera e che in questo debba esserci la possibilita' di scegliere, che non ci siano decisioni gia' prese. Contribuire volontariamente senza essere retribuiti deve continuare ad essere una scelta, non un assunto di default.
Continua intervista su Digicult

Si è inaugurata qualche giorno fa a Ginevra una mostra dedicata al tema del lavoro declinato tutto al maschile in quanto dominio dedicato a loro nell'immaginario del passato. In particolare la curatrice prende spunto dal concetto di lavoro di Hanna Arendt in Vita Activa.
Così scrive la curatrice nell'introduzione:
"On a philosophical level, it seemed to me that the best analysis of man at work remains Hannah Arendt’s development in The Human Condition. According to Arendt, work as activity is connected with the vital processes of the body. Work does not only ensure the survival of the individual but also that of the species.
Nella documentazione messa a disposizione c'è anche un articolo in francese che parla di ousourcing e delocalizzazione in in forma di mostra virtuale e in cui è segnalata Serpica Naro:
"La sélection comprend une collection de fragments de discours développés en dialogue avec Working Men, qui prend la forme d’une « délocalisation » de ces questions sur la plateforme Internet de l’exposition."
Le foto dell'inaugurazione del 13 marzo sono un po' ingessate, ma si sa, gli spazi espositivi hanno sempre quell'aria asettica e poco vissuta...Vien quasi voglia di indossare un camice bianco e guanti di lattice per visitarla.

Il Readerraccoglie una collezione essenziale di piccoli saggi che fanno il punto sul settore creativo, le cosiddette "Creative Industries" e le sue dinamiche. Il materiale prodotto è il risultato della Convention che si è tenuta ad Amsterdam nel novembre del 2006 e organizzata da Geert Lovink.
Il concetto di "Creative Industries" è stato introdotto dal governo Blair in UK nei tardi anni novanta per rivitalizzare le zone urbane deindustrializzate ed è stato portato alla ribalta dal best seller di Richard Florida che celebrando la "classe creativa" come punto di partenza per la ripresa dell'economia gira il mondo facendo illuminare lo sguardo degli amministratori delle città ( ha fatto consulenze anche in Italia).
Per solleticare la curiosità abbiamo scelto alcune frasi dal Reader:
Deviation has always been a problem of governance.
We need a creative subject who is neither a citizen nor a consumer. Web 2.0 makes loud noises about the false synthesis of the so-called ‘prosumer’, but this does not get us very far other than reiterating the logic of individualisation.
There is no subject per se of creative industries. Rather, there is a diverse and continuously modulating culture of self-valorisation and perhaps auto-denigration. There is a celebration of the multiple identity – you are many, and will never have the security of
being one. And this often means you are nobody. We wish to retrieve self-valorisation as a productive concept that grants legitimacy and possible stability to collaborative practice.
Proposals for Creative Research. Introduction to the MyCreativity Reader, by Geert Lovink and Ned Rossiter
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No longer an isolated, secluded activity, R&D is now proposed as a whole way of life, able to extract the full spectrum of value from every creative person engaged in it. It seems that the final frontier of knowledge-based capitalism – or the last natural reserve of energy to be exploited by the state and its corporations – is you, your body, your intelligence, your imagination. The question is, what will you be used for?
Disconnecting the Dots of the Research Triangle. Corporatisation, Flexibilisation and Militarisation in the Creative Industries, by Brian Holmes
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Creative hipsters serve as communicative vessels for branding projects; between concept stores, galleries, fashion- and street art magazines, the cultural economy expands itself over the urban domain and into the public realm.
Back to the Future of the Creative City. An Archaeological Approach to Amsterdam’s Creative Redevelopment, by Merijn Oudenampsen

Siamo a Berlino per partecipare alla riunione che si terrà domani in vista dell'organizzazione dell'Euromayday 2008. A due passi da dove alloggiamo, in Rosa-Luxemburg Strasse notiamo alcuni negozi che espongono un volantino in vetrina in cui si racconta che nei primi giorni di febbraio, in questa stessa via ha aperto un negozio particolare, Tonsberg.
Il negozio vende vestiti con il marchio registrato Thor Steiner. Non si tratta di un brand come un altro perchè il suo logo è formato da due simboli: la runa germanica Tiwaz (rappresenta il Dio Germanico Tyr, Dio della "guerra") e quella Sol (rappresenta la dea del Sole). Negli anni scorsi il logo era stato dichiarato illegale in quanto portatore di simboli incostituzionali dal 1949 perchè contentente rune usate nella simbologia nazista. I vestiti di questo brand sono si popolari tra i neofascisti, ma anche tra molti che invece ne ignorano la simbologia politica.
Il logo ha subito delle trasformazioni recenti per continuare ad essere cucito sui vestiti senza sanzioni, ecco la mutazione:
Siamo passati davanti alla vetrina del negozio proprio oggi che si terrà una manifestazione antifascista nel pomeriggio e a cui il volantino di cui parlavamo prima invitava a partecipare.
Per approfondimenti in lingua tedesca date pure un'occhiata all'articolo su indymedia.

Play Fair è la campagna internazionale lanciata quest'anno in occasione dei Giochi Olimpici 2008 a Pechino. L'obiettivo è quello di fare in modo che vengano rispettati i diritti dei lavoratori nell'industria dei vestiti e accessori sportivi.
La campagna vuole fare pressione sui vari comitati olimpici e sui governi delle nazioni partecipanti in modo che prendano posizioni e agiscano per eliminare lo sfruttamento e gli abusi sui lavoratori in questo settore, in nome dello spirito olimpico di Fair Play.
Le organizzazioni promotrici di questa campagna sono: Clean CLothes Campaign, International Trade Union Confederation e l'International Textile, Garment and Leather Worker's Federation e altre coalizioni internazionali.
In modo particolare la campagna è partita da un recente studio indipendente intitolato "No Medal for the Olympics on Labour Rights" che denuncia come aziende cinesi produttrici di beni di consumo con il logo olimpico si macchiassero di lavoro minorile, orario di lavoro eccessivo, sottosalari e poco rispetto delle stesse leggi del governo cinese in materia di lavoro.
Il punto chiave della campagna riguarda la libertà di associazione: "Miglioramenti sostenibili sull'intera filiera sono possibili solo se i lavoratori hanno la possibilità di rappresentare i loro interessi attraverso organizzazioni scelte autonomamente, ossia attraverso sindacati indipendenti" - così dichiara il gruppo di Play Fair. (nell'illustrazione il logo olimpico rivisitato ;)